Il ritorno al rugby dopo lesioni del ginocchio
di Dott. Pietro Banchini
I traumi al ginocchio nel rugby sono un evento molto frequente anche se non sono il distretto anatomico più colpito. Analizzando la letteratura scientifica, risulta che gli infortuni al ginocchio sono il 12%-15% degli infortuni totali di una squadra di rugby professionistica.
Il numero dei traumi al ginocchio aumenta con l’aumentare del livello agonistico praticato. Così, nelle partite internazionali, come il Torneo delle 6 Nazioni o durante la World Cup di rugby, si riscontra una maggior incidenza di traumi al ginocchio rispetto alle partite del campionato. Nel rugby professionistico, come nel rugby amatoriale, i traumi al ginocchio causano però il maggior numero di giorni di assenza dagli allenamenti e/o dalle partite, in quanto sono spesso lesioni severe (con oltre 30 gg di prognosi). La maggior parte degli infortuni avviene in partita rispetto agli allenamenti.
L’incidenza delle lesioni al ginocchio nel rugby professionistico viene espressa in 1000 ore di esposizione. Durante la partita l’incidenza è di 11 infortuni per 1000 ore, mentre è di 0,16 infortuni per 1000 ore di allenamento. Questo dato conferma che il contatto è il principale meccanismo d’azione dei traumi al ginocchio nel rugby. Negli allenamenti infatti, pur cercando di riprodurre la massima intensità possibile, si tende a ridurre al massimo le fasi di contatto.
Essere placcati risulta essere il traumatismo più pericoloso per il ginocchio del rugbysta. Il classico placcaggio laterale che determina uno stress in valgo è il meccanismo d’azione lesivo più frequente (40%), la mischia aperta (rucks) (11%) e durante il sostegno del portatore di palla (mauls) (11%). I trequarti sono i giocatori più colpiti dagli infortuni al ginocchio in quanto vengono placcati in piena velocità e mentre eseguono cambi di direzioni repentini, circostanza questa che avviene molto meno frequentemente ai giocatori di mischia.
L’infortunio più frequente è la lesione del legamento collaterale mediale (LCM), quello più severo invece, in quanto determina il maggior numero di giorni di assenza dal campo, è la lesione del legamento crociato anteriore ( LCA) associata o meno a lesioni periferiche, per il quale bisogna ricorrere alla chirurgia riparativa a differenza delle lesioni del LCP che, non sempre associate a lesioni periferiche, possono essere trattate conservativamente. Da questa analisi si evidenzia il significativo impatto che le lesioni al ginocchio possono avere nell’economia di un team di alto livello. Inoltre tali lesioni sono risultate essere quelle che più a lungo hanno tenuto lontano dal campo l’atleta infortunato e quelle che hanno richiesto prolungati trattamenti fisioterapici. In particolare le lesioni capsulo legamentose dei collaterali (50% del totale) o del crociato (25%) hanno creato un assenza dell’atleta da 4 a 7 mesi, mentre le lesioni meniscali (25%) hanno richiesto uno stop inferiore a 3 settimane.
Nel rugby professionistico si sono individuati altri due fattori di rischio, la fatica e la perdita della capacità coordinativa neuromuscolare durante le ultime fasi della partita. Negli ultimi venti minuti di gioco infatti avvengono la maggior parte degli infortuni al ginocchio, infatti, circa più del 75% delle distorsioni del ginocchio con rottura del legamento crociato anteriore avvengono nell’ultimo terzo di partita. L’allenamento specifico dovrebbe quindi riportare il giocatore a un livello atletico tale da poter sopportare i carichi di una intera partita.
Un altro esempio di possibilità di traumi al ginocchio lo hanno dimostrato Horsley e colleghi: una SLAP lesion o una instabilità anteriore di spalla, anche se non tali da giustificare un intervento chirurgico, portano al cambiamento della tecnica di placcaggio, con alterati schemi motori ed attivazioni muscolari. Tutto questo può esporre il giocatore ad una maggiore incidenza di infortuni, anche a carico degli arti inferiori. Un altro esempio è dato dalla limitazione del range di movimento del rachide cervicale dei rugbysti in seguito ad una precoce degenerazione del tratto vertebrale cervicale; nel gioco si traduce in un ridotto campo visivo. La conseguenza di ciò è la possibile incapacità da parte del giocatore di rendersi conto di un avversario che lo sta placcando venendo dall’esterno del campo visivo. Il giocatore placcato non avrà la possibilità di attivare un meccanismo anticipatorio (feed-forward) in risposta al placcaggio in arrivo, esponendosi a rischi maggiori di infortunio.
Risulta quindi fondamentale proseguire con studi epidemiologici nel rugby professionistico ed amatoriale, in modo da avere più chiaro i fattori di rischio e i meccanismi d’azione dei traumi al ginocchio. In questo modo potremo sviluppare nuovi programmi di prevenzione che sono già in uso e si basano sul miglioramento della capacità aerobica del giocatore, sulla forza, sulle capacità coordinative migliorando la biomeccanica del gesto atletico specifico dell’atleta.
Infine questi dati epidemiologici, presi dalla letteratura internazionale, sono praticamente sovrapponibili ai dati che abbiamo raccolto dal 2010 ad oggi con squadre di rugby professionistiche italiane (Aironi Rugby- Zebre Rugby).
LA RIPRESA DEL GESTO ATLETICO – Profilo neuromuscolare del rugbysta
I giocatori di rugby sono diversificati in termini di componenti fisiche sulla base del ruolo ricoperto in campo (VO2max, soglia anaerobica, forza, composizione corporea, velocità massima e potenza). Tra queste, la potenza espressa è la componente fisica che può differenziare i giocatori di rugby di alto livello dai giocatori di medio/basso livello. In effetti, la natura stessa del rugby richiede grandi potenze muscolari durante i placcaggi effettuati e subiti, rimesse laterali, mauls , mischie e raggruppamenti nel tentativo di mantenere o recuperare il pallone. I giocatori di mischia sviluppano picchi di potenza maggiore; normalizzando questi dati per il peso corporeo risulta però, che i giocatori della linea arretrata mostrano una potenza media maggiore. Analizzando la potenza sviluppata con i Vertical Jump Tests, esiste una correlazione positiva tra la forza espressa dal quadricipite al test isocinetico, la forza espressa in mischia e la velocità massima raggiunta durante le accelerazioni. Infine, durante i cambi di direzione rapidi ed atterraggi, il quadricipite può sviluppare picchi di forza oltre il 150% della forza espressa durante una massima contrazione volontaria eseguita in ambiente controllato. Da ciò possiamo ricavare l’importanza del recupero della forza espressa dal quadricipite nel percorso riabilitativo. La forza generata dal quadricipite comunque è solo uno dei requisiti per lo sviluppo di potenza da parte dell’atleta. Analisi biomeccaniche hanno dimostrato l’importanza delle attivazioni di tutti i gruppi muscolari dell’arto inferiore con uno schema prossimo-distale ed il trasferimento di energia attraverso i muscoli biarticolari nella generazione di alti picchi di potenza. Anche la stabilità ed il controllo lombo-pelvico (conosciuto come core-stability) può rivestire un ruolo nella funzionalità dell’arto inferiore, anche se in letteratura esistono pareri discordanti. Non si può, quindi, affermare che la potenza di un giocatore di rugby sia legata a poche variabili, ma bisogna soprattutto considerare la funzionalità neuromuscolare. Un infortunio al ginocchio può alterare sia le singole variabili sia la coordinazione neuromuscolare, impedendo al giocatore di esprimere le proprie potenzialità.
Allenamento forza specifico/neuromuscolare
IL RIENTRO IN SQUADRA
Dal punto di vista ortopedico lo stabilire il momento della ripresa della normale attività sportiva per un atleta infortunato, rappresenta spesso una sfida. Con l’avvento del professionismo, la pressione dei media, della dirigenza, degli allenatori per una più veloce ripresa, associata alle aspettative dell’atleta, si scontra spesso con i tempi di guarigione biologica.
Nel rugby coesistono diverse fasi del gioco che espongono gli atleti a infortuni a carico dell’articolazione del ginocchio; le più rilevanti, come già specificato precedentemente, riguardano i placcaggi, effettuati e subiti, i raggruppamenti, i cambi di direzione, i salti e le mischie. Di conseguenza la richiesta biomeccanica nel rugby è molto severa in termini di stabilità dinamica del ginocchio. La riabilitazione di un rugbista in seguito ad un infortunio al ginocchio richiede quindi, una conoscenza delle richieste biomeccaniche-funzionali e dei gesti sport-specifici tipici del rugby. L’obiettivo deve essere quello di permettere all’atleta di riprendere l’attività sportiva con adeguate competenze motorie che lo rendano in grado di gestire lo stress fisico a cui è sottoposto e, allo stesso tempo, essere competitivo per il rientro in squadra.