Lo strappo muscolare. Cos’è?
di Dott.ssa Matilde Sassella
Immaginiamo il muscolo come una fune elastica tesa tra due tiranti. Lo strappo muscolare è ciò che accade quando la fune viene messa in tensione eccessivamente. Si verifica allora la progressiva rottura delle fibre – “progressiva” perché, come appunto accade nelle funi, la rottura non coinvolge immediatamente tutto lo spessore, ma “sfilaccia” prima alcune fibre, poi man mano sempre di più, a seconda dell’intensità della trazione subita.
Quanti tipi di strappo ci sono? Come variano i sintomi in base ad essi?
Esistono 3 tipi di strappo, in base alla gravità della lesione:
- Lesioni parziali minori, che coinvolgono meno del 5% delle fibre di uno dei fascicoli muscolari
- Lesioni parziali moderate, dove vengono coinvolte tutte le fibre di un fascicolo muscolare
- Lesioni subtotali o totali, o avulsione tendinea, dove le fibre coinvolte sono >50% del totale.
Il soggetto colpito da strappo muscolare avverte un rumore tipo “snap” e, immediatamente dopo, un dolore acuto e pungente, tanto più intenso e profondo quanto maggiore è il numero di fibre coinvolte. Nei casi di lesioni parziali moderate e subtotali o totali, si verifica la difficoltà o l’impossibilità di contrazione del muscolo interessato. Il muscolo diventa rigido ed edematoso e si può avvertire, palpando, un avvallamento che testimonia la rottura.
Cosa fare e cosa non fare dopo uno strappo muscolare?
Molti atleti, soprattutto dopo lesioni parziali, sono indotti a stringere i denti e continuare l’attività sportiva. Questo però porta a aumentare notevolmente il rischio di aggravamento della lesione. Perciò la prima cosa da fare è sospendere l’attività e mettere a riposo il muscolo interessato.
È bene non ricorrere a trattamenti “fai-da-te”, o aspettare semplicemente l’esaurirsi dei sintomi per tornare alla pratica sportiva, perché ciò potrebbe esporre a recidive: la scelta migliore è affidarsi a un medico per la diagnosi e poi a un terapista che possa seguire il recupero passo dopo passo, rispettando i tempi di guarigione e preparando gradualmente il muscolo a nuovi sforzi.
E il terapista, cosa può fare?
Il lavoro del terapista cambia in base alla fase di guarigione, e quindi ovviamente è relativo e “cucito addosso” al singolo paziente, al suo grado di lesione e ai suoi tempi di recupero.
Nei primi 3 giorni post infortunio in cui ghiaccio, bendaggio compressivo e elevazione dell’arto la fanno da padrone, per ridurre l’edema e il gonfiore, la cauta mobilizzazione effettuata da un terapista può aiutare a prevenire la retrazione delle fibre danneggiate e a evitare la formazione di cicatrici.
Dopodichè si susseguiranno fasi riabilitative che prevedranno il recupero graduale delle funzioni muscolari a 360°, partendo dall’estensibilità dalla forza e dalla resistenza, per poi passare all’allenamento propriocettivo e infine al gesto tecnico-specifico, per chi pratica sport. Il terapista curerà ognuno di questi aspetti non solo per ottenere una nuova buona performance muscolare, ma anche per prevenire recidive.
Quali sono i tempi di recupero?
I tempi di recupero variano in base alla gravità della lesione: si va da 1-2 settimane per le lesioni parziali minori, fino 15-30 giorni per quelle parziali moderate. Per le lesioni subtotali o totali invece potrebbe essere necessario l’intervento chirurgico.
Un altro grande aiuto: la TECAR. Cos’è e perché funziona?
Una delle terapie fisiche più efficaci nel campo degli infortuni muscolari è la tecarterapia, che è in sostanza l’applicazione di correnti elettriche a un tessuto biologico. La corrente fornisce energia alle cellule danneggiate ripristinandone l’equilibrio elettrochimico, compromesso dal danno.
Questo significa una spinta ai processi di guarigione, e un potere rigenerativo.
Oltre a ciò, la tecar induce calore, utile nelle fasi subacuta e cronica: aumentando la temperatura infatti, c’è una miglior circolazione, un rilassamento dei tessuti, e quindi un effetto di drenaggio dei cataboliti e un acceleramento del recupero tissutale.
L’azione termica quindi dona sollievo all’area infiammata e sgombra il campo all’azione meccanica del fisioterapista, che può agire con più efficacia.